Se cammini senza cadere da troppo tempo, vuol dire che non sai correre

Io, finora, sono stata fortunata.

Ho lavorato con persone che hanno a cuore il proprio lavoro, che non lo gestiscono con cupidigia e (fortuna delle fortune) lavorano con generosità e con piacere. Con entusiasmo rispetto alla possibilità di fare passi avanti.

Non che siano sempre tutti così eh: “Ciao sono Alessia e vivo nel mondo delle meraviglie”. No.

Ma insomma, di gente in gamba ne ho incontrata e, come dicevo qui, in ufficio basta anche una sola “persona delle meraviglie”.

Ho fatto 2 stage, il primo molto breve, ma non retribuito. Ho imparato molto, preso diverse strigliate, ma anche tanti abbracci di incoraggiamento. Ho imparato subito a riconoscere le persone che amano il loro lavoro, ti riconoscono meriti, ti spremono, ti formano: ti fanno lavorare, ma non lasciano che tu ti prenda responsabilità che non ti spettano. Parano colpi che non sei ancora in grado di gestire. Ti indicano la strada e poi ti ci fanno camminare, da sola. Se cadi ti rialzerai, ti dicono. E succede.

Sono le persone che, gli anni passano, ma tu ci pensi sempre: quelle che chiami quando hai bisogno di un consiglio.

Il secondo era ben retribuito e fuori dall’Italia. In un ambiente in cui c’è una policy interna che definisce valori di riferimento e principi di azioni. I dipendenti sono considerati stakeholder (ma no!) e gli intern tipo panda: giovani promesse da tirare su con cura per costruire i professionisti migliori, quelli che vorresti assumere insomma. Ovviamente, anche loro devono sperare di lavorare per te, il più possibile. Altrimenti la magia si spezza e si guarda altrove.

Cosa ho imparato?

Tre cose:

  1. Il lavoro migliora se le persone migliorano. I processi a cui siamo stati abituati possono essere stati positivi o negativi. A noi sta replicare quelli positivi e migliorare quelli negativi. A noi sta agire sempre tentando di generare un margine di valore migliore rispetto a quello che abbiamo visto generare. Replicare ciò a cui siamo stati abituati senza cercare una possibilità di cambiamento, ci rende dei fossili.
  2. Un mercato del lavoro flessibile ed agile (magari pure florido eh), aiuta a costruire contesti positivi in cui si riconosce il talento, la buona volontà, si premia il merito e si sviluppano modelli a misura d’uomo. Nel rispetto di principi e valori condivisi.
  3. Un posto in cui gli ultimi arrivati sono chiamati ad assumersi responsabilità che non gli competono, sono tendenzialmente posti senza visione sul futuro.

Ti impegni abbastanza per annoiarti?

“Fai quello che ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita”.

Lo disse Confucio, in tanti lo riscrivono spesso e io, non sono d’accordo.

O meglio, lo sono solo in parte.

Credo fortemente che avere una passione genuina per il proprio lavoro (o fare del proprio lavoro una grande passione) sia fonte di forza e ispirazione, che sia il primo ingrediente alla base di una vita professionale potenzialmente felice (e fatta di alti e bassi come ogni vita), ma non credo che amare il proprio lavoro sia sufficiente a garantire una soddisfazione tale da non sentire pesi e frustrazioni.

Gli ingredienti per una carriera fruttuosa e positiva sono probabilmente tanti altri oltre a questo. Una componente essenziale secondo me è l’equilibrio e in certi casi, il buon senso.

L’equilibrio lo troviamo con qualche fatica e tanto esercizio, quando riusciamo a calibrare vari aspetti della nostra vita, a mixare consapevolmente i nostri desideri, i nostri bisogni e le nostre responsabilità in un modo che ci permette di stare bene e di lavorare bene. Il che presuppone che siamo capaci di generare valore per noi stessi e per le persone intorno a noi.

(L’equilibrio è inoltre quella cosa per cui, se non riusciamo sempre nel suddetto elenco, ce lo perdoniamo).

Sono molto d’accordo, invece, con quello che ha scritto Osvaldo Danzi qui:

Non c’è niente di più palloso, inutile e dannoso di un capo o un collega che a pranzo non abbia altri argomenti che i clienti, il budget, il business e le battute sulle colleghe. Niente è più imbarazzante di un interlocutore senza interessi, senza un libro da scambiare, un film di cui discutere, un Paese da suggerire per il prossimo viaggio.”

John Cage, ha proposto un brano che si chiama 4’33” che prevede che il musicista non suoni per tutta la durata del pezzo. Costringe all’ascolto di tutto quello che lo circonda: anche in questo modo si fa musica (e nella musica, le pause contano tanto quanto le note).

 

Mi piace.

Perché ci sono tanti modi di essere protagonisti della propria vita o del proprio ruolo professionale (il musicista in questo caso) e uno veramente utile è quello che prevede il momento in cui non si fa nulla e si ascolta intorno. Sorprendentemente anche quel momento avrà determinato un risultato importante.

Ogni protagonista ha bisogno di una pausa, ogni professione necessita una vacanza.

Sono un po’ spaventata dalle persone che non vanno mai in vacanza. Davvero. Da chi è costantemente focalizzato sul lavoro al punto da dimenticare il resto, invece che essere così focalizzato sulla vita da poterne trarre valore per il lavoro.

E non parlo di chi lavora tanto, parlo di chi non si distrae.

Chi non ha interessi che esulano dal proprio ambito professionale, che non coltiva spazi inediti nella propria vita e non si annoia, mai.