Note to self

Oggi in spiaggia ho battuto grottescamente un piede contro una sdraio. Ho fatto come niente fosse: sono maldestra o così mi pare d’essere sempre stata.

Ora ho un dito viola, gonfio e più brutto degli altri, dolorante in modo sopportabile, ma noioso. E ripenso alle parole di Katia. Di ieri sera.

Di Katia parlavo già qui. Ci vediamo poco, ma abbiamo vissuto insieme così a lungo che vedersi è un po’ come fare il punto sulle nostre vite, o fare il punto e basta.

Che sollievo parlare con qualcuno che sa chi sei. Che sollievo farlo avendo ancora così tanto da dirsi.

Le ho inviato una foto del dito viola. Mi dice che è brutto, siamo d’accordo.

Noi parliamo sempre mentre facciamo (troppe) altre cose e mischiamo le questioni in modo casuale e poco ordinato rischiando di perderci pezzi importanti. Ma le cose poi arrivano nel disordine.

Il coraggio, il lavoro, le scelte, l’affitto, la bici, il coraggio (ancora), le borse contraffatte, l’amore, i terremoti, dobbiamo parlare più inglese e imparare anche un’altra lingua magari, le scelte (ancora), e poi i difetti. – Che i tuoi sono migliorati? Perché i miei, direi di no. –

E quanto di buono ti ha lasciato tutto quello che è andato male. – Praticamente tutto quello che sono oggi, arriva da lì. Quindi tanto buono, alla fine. –

E le scoperte che ti fanno sentire adulta, quasi di colpo, in una sera d’estate.

È così naturale volersi bene per il bello. Ma è sulla gestione dei difetti che si misura la verità di uno slancio. Chi scopre i tuoi punti d’ombra e resta lì a godersi il sole comunque.

È sulla libertà di litigare senza vivere nella paura di ferire qualcuno a cui tieni che costruisci qualcosa. Altrimenti finisci a camminare sulle uova per non mettere in crisi l’ego o la dimensione di un altro e, sulle uova, ci si costruisce poco. 

È dalla voglia di capirsi nelle diversità di sentire le cose, che le senti davvero. L’altro non è solo il riconoscimento di quello che di bello hai da dare, l’altro è l’occasione per mischiarti con un modo di vivere diverso dal tuo. Partendo e tornando alla bellezza di quell’incontro.

Noi siamo più morbide o più rigide? – Mi domando io.

Noi sappiamo chiedere scusa. E dare sostanza alle cose. Poi litighiamo benissimo.

Ah sì, quello sì. Benissimo.

E guardiamo le persone negli occhi. E non mentiamo. Nemmeno a noi stesse. Non ci tiriamo indietro e non ci aggrappiamo a qualcuno per necessità e non tiriamo mai su muri che non possano essere abbattuti. E sappiamo ascoltare.

Ah sì, quello sì. Benissimo.

 

 

 

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Prima della mezzanotte

Si tende a credere che accumulando anni si imparino sempre più cose, eppure disimpariamo continuamente e poi ricominciamo da capo, accogliendo voglia di rischiare o meno, vivere o galleggiare, andare o stare. Ogni volta abbiamo la possibilità di imparare in modo diverso, perché non siamo più una lavagna vuota. Siamo una tavola imbandita di storie e avvenimenti e conquiste e fallimenti. E ci portiamo dentro tutto e quindi impariamo rivedendo le cose in un modo che non avremmo potuto intendere prima.

Si tende a contare sul fatto che accumulando esperienza si diventi più saggi, trascurando il fatto che la saggezza è fatta di leggerezza, che la consapevolezza si fonda sulla possibilità di essere più auto indulgenti e qualche volta, possibilisti.

Quest’anno è stato uno di quegli anni in cui ho disimparato tantissimo tentando ad imparare tutto di nuovo, da capo.

Il passato è un tesoro prezioso se siamo capaci di non esserne reduci. Il futuro è da inventare, il presente è l’occasione di essere chi vogliamo.

Del mio passato, quest’anno, mi porto addosso la capacità di perdonare. Chi non mi ha capita, non mi ha vista, non mi ha aspettata, non ha insistito. Me, per quello che non ho capito, visto, aspettato; per ciò verso cui non sono riuscita ad essere indifferente, per i desideri che mi sono concessa e quelli che ho creduto di poter controllare. Per i sentimenti che ho sperato di poter ignorare. Per la paura d’amare. Per l’esigenza, costante, di misurarmi con me stessa.

Dal mio presente, ho ancora tutto da imparare.

Il pedigree

Ho visto donne saltare ostacoli in corsa per sentirsi degne di uno sguardo, di un’attenzione, di un certo amore.

Ho ascoltato ragazze raccontarmi quanto ci si può sentire inadeguate di fronte un’aspettativa.  Tagliare i capelli, guardare il film giusto di cui parlare, andare al concerto della stagione. Solo per essere la persona giusta, di qualcun’altro.

Non c’è una donna più donna di un’altra, un sorriso più sorridente, un argomento più sagace, una tenerezza più tenera. Non c’è un modo d’essere giusto, per sentirsi all’altezza di qualcosa. Di qualcuno. Non c’è un colloquio da superare. Non c’è un pedigree da mostrare.

Non c’è riccio o biondo che tenga.

Ci sarà un modo di stare nelle cose insieme, di ragionare sul mondo fino a sventrarlo, per poterne ridere insieme e potersi urlare contro tutta l’energia che la vita ci mette nelle mani, a tratti. Ci sarà un modo di prendere in giro gli eventi, scontrarsi e ritrovarsi, oltre la sensazione che il momento non sia quello buono. Di tenersi in piedi quando le gambe sembrano troppo deboli. C’è sempre un momento in cui riconosci qualcosa e sai che non è perfetta, e forse è complicata, ma la riconosci esattamente com’è, perché non è nella perfezione che sta la possiblità.

Sta in una frase detta finché non ti si spezza il fiato, nell’amore sentito che hai paura ad urlare e sciupare, in un naso storto, nei capelli fuori posti, in un gesto scomposto, in una smorfia di stanchezza. Nelle carezze prima di dirsi ciao, nella paura di ferirsi e poi allargare le ferite e metterci dentro tutta la forza che ti tiene in piedi ancora e ancora.

La possibilità sta nelle partite perse, ma giocate fino in fondo. Nelle linee imperfette di un corpo reale, nelle rughe di due occhi sorridenti, nella libertà di potersi dire qualunque cosa sapendo che non sarà usata contro di te, nel desiderio di spegnere la luce, di non chiudere la porta, di non salutarsi, di ritrovarsi ancora.

 

Non smette di piovere

Ho parlato ore al telefono con una di quelle amiche così vere che ogni tanto mi chiedo se io c’ero prima che ci fosse lei. A raccontarsi le cazzate, e poi le cose importanti, ad ascoltarsi cucinare.

Ho bevuto un bicchiere con quelle colleghe che non vedevo da mesi e le ho ascoltate ridere alle battute sulla mia vita buffa che poi se gli altri ridono si sentono utili anche quelli buffi.

Ho visto una coppia di amici amarsi fino a sposarsi in una sala di ori e specchi, con le guance bagnate e gli occhi adulti.

Le persone ti cadono addosso come la pioggia, ci inciampi dentro negli angoli sparuti quel giorno in cui hai sbagliato strada. Ti giri a guardarne solo alcune, che tante volte sei distratto, annoiato, indaffarato, stanco. Rimani a guardarne anche meno: quelle che non smettono di pioverti dentro. Quelle che ti si incollano negli occhi, che ti si appiccicano alla vita, che vorresti sotto la pelle, con cui puoi addormentarti sul divano, con le musiche giuste, con le battute insolenti, con le risate forti, quelle sincere che ti stravolgono la libertà così precisamente che pare tutto al suo posto.

Le persone ti scandiscono la vita, come la barista a cui riservi il buon giorno o quella che ti versa l’ultima birra prima di tornare a casa. Te la cuciono addosso la vita, ti dicono chi sei e chi non sarai mai. Di tutto quello che puoi avere e perdere, le persone sono delle occasioni uniche. Le sole in cui puoi perderti e cambiare, le sole che non dovresti mettere nella scatola delle cose usate, a scadere. Che altrimenti si tengono un pezzo di te e dei tuoi segreti a sbiadire, mentre dovresti tenertele scritte nelle rughe della faccia le tue persone, nei versi delle canzoni che passa la radio in macchina, nei dettagli imperfetti che hai mal sopportato di ognuna e che quindi hai esattamente coniato tra i tuoi.

Ho preso di nuovo la pioggia tornando a casa stasera, bagnata e con la faccia piena di rughe.