"Lettera a Sodoma"

Ho solcato la maturità con un’incredibile e probabilmente ingenua voglia di andare via da casa, ma non sapevo davvero cosa potesse significare. Tanta voglia di scoprire cosa d’altro ci fosse da vivere e pochissima paura di poter sbagliare mi spingevano a cercare una dimensione nuova, io mi limitavo a rispondere ad un richiamo. Come se avessi dovuto assolvere ad un importante compito per la mia vita. Un’incoscienza dettata dalla curiosità e da quella che io amo definire “sana leggerezza”; quel sentimento che alle volte ci guida istintivamente verso scelte più o meno importanti e ci ricorda che bisogna imparare a non prendersi troppo sul serio.
Copyright Salvatore Marcello
Avevo nella mente una confusa bozza in bianco e nero, nulla di più, e non mi importava sapere se, poco a poco, fosse stata colorata o quali colori avrebbero potuto darle forma e significato. Non c’erano aspettative, solo curiosità e la sottile insinuazione che forse altrove il mondo poteva essere diverso da quello che conoscevo.
La consapevolezza è arrivata più tardi. E’ cresciuta di pari passo con l’amarezza.
Mi è bastato cambiare città per accorgermi che il mondo non è sempre uguale a se stesso, che ognuno di noi porta con sé un pezzetto di storia e una fetta del posto da cui parte, ma poi si definisce anche in funzione di ciò che lo circonda. Così ho scoperto che il mondo intorno a me poteva essere quello che io volevo che fosse o almeno il posto in cui io potevo essere me stessa, senza dover chiedere il permesso, senza la rabbia data dal fatto che costruire in un posto in cui tutto viene distrutto significhi giocarsi la propria vita alla roulette, senza la paura che questa rabbia un giorno potesse diventare rassegnazione. Senza l’angoscia di dover rinunciare a me stessa. E forse questo è il centro di tutto, lo è stato per me almeno. Io sono sempre stata io, non mi hanno cambiata i luoghi in cui ho vissuto, piuttosto le persone e gli incontri.
Con gli anni è aumentata la forza di camminare, eppure la nostalgia non mi ha mai abbandonata. E’ strano da spiegare, ma è come essere costretti tra due lame. Da una parte ci sono i miei luoghi, quelli che mi hanno dato un nome, mi hanno infilato nelle orecchie il rumore delle onde, mi hanno regalato un’imprevedibile e cinica ironia, una fragorosa risata e un’insana prerogativa nell’attitudine a gesticolare. Sono luoghi che conservano tradizioni preziose e abitudini uniche. Dall’altra parte, però, ci sono io, la voglia di trasparenza, la voglia di poter fare, di andare avanti e di non sentirsi legati ad un mondo che preferisce affondare piuttosto che guardare in faccia la realtà, la voglia di crescere, di discutere, di confrontarsi con il futuro ed eventualmente anche di mettersi in gioco per cambiare. Nel mio caso le due strade sembrano non incrociarsi mai.
Mi capita di raccontare del posto da cui provengo accorgendomi che le contraddizioni di cui è fatto lasciano gli ascoltatori addirittura confusi. Mi concedo dettagli legati alla “dimensione socio-culturale” o al difficile rapporto tra “Stato e cittadinanza” per finire spesso impelagata in discorsi che tanti faticano a capire e altri preferiscono evitare; discorsi che non trovano “colpevoli” e magari non intendono farlo, ma inevitabilmente definiscono troppi complici.
 La distanza non mi ha mai allontanato da quei luoghi, ma mi permette di avere una prospettiva. Mi permette di avere una possibilità: la “mia” possibilità. La voglia di voltarsi mi accompagna fedelmente nel viaggio, ma il timore di rimanere incastrata in un mondo che disegna un circolo chiuso, che si sazia di se stesso e non ha spazio per me è più forte.
Ogni giorno costruisco un nuovo pezzetto di me e porto un po’ dei “miei” luoghi nel mondo, non è sempre facile, ma va bene così.
La mia terra è un luogo che molti definiscono “difficile”, che io considero complesso. Complicato da spiegarsi e ancora più da comprendersi se non ne conosci gli odori e i colori. E’ un luogo in cui la gente si confonde, in cui la cultura ha profonde radici, ma spesso perde la memoria. Ti da tanto, ma non ti permette di viverlo. La mia terra mi ha dato un nome, ma il mio volto le somiglia solo in parte e non voglio che la mia vita ne subisca la sorte.
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