Drinking a black coffee on my last Sunday in London

E’ domenica, trovo 10 minuti per pensare, mentre bevo il mio caffè lungo. Confesso di aver imparato ad apprezzare il tempo che ci vuole per finire un caffè “americano” o anche il classico english tea, proprio perchè mi costringe a rallentare.
 
Il cielo è di un colore strano, non proprio grigio, più chiaro in realtà. Ma certo si fatica ad intravedere anche solo una minima striatura di blu, è omogeneo, uniforme. Londra sembra dipinta sulla solita tela bianca.
 
Credo che stamattina, in questo silenzio, io stia davvero realizzando tutto quello che succede. La mia camera somiglia ad un campo di battaglia, sono circondata da valigie e scatoloni, ma è stato tutto talmente veloce e frenetico che non credo di averlo messo realmente a fuoco fino ad ora. Lasciare Londra non sarà una cosa semplice. In fondo lo intuivo, ma è come ammetterlo a me stessa mentre guardo fuori la mia finestra e fatico a tirar via lo sguardo come per catturare l’immagine che vedo nel modo più indelebile possibile.

E’ faticoso trovare un ordine chiaro da dare ai tanti pensieri per spiegare quello che ti da una città come questa, la stessa esperienza di sfidare se stessi provando a trovare uno spazio su misura personale in tanto largo. E io, del resto, non potrei descriverla come l’amore della mia vita, quello grande, forse unico, che aspetti da sempre e riconosci a prima vista. Ma non posso negare che sia stata una di quelle storie inaspettate e forti, fatte di passione e pazienza, di incontro e scontro che finendo ti lasciano completamente diversa rispetto a ciò che eri prima.

Londra è stata proprio così per me. Sono arrivata con assoluta incoscienza, solo per guardarmi intorno, senza alcuna certezza, in un momento in cui non avrei saputo dare grande significato ad altri gesti e mi ha aiutato a capire chi sono, costringendomi a stare con me stessa così a lungo da farmi capire quanto sia importante il coraggio di scegliere. Ho fatto un percorso pieno di interrogativi che ho lasciato maturare liberamente, senza la fretta di dover trovare la risposta giusta nel minor tempo possibile e, nel frattempo, imparavo a godere di ognuna delle semplici cose che incontravo camminando. Ogni persona, ogni storia (e quante!), ogni possibilità, ma anche ogni sconfitta. Ho vissuto ogni giorno di ciò che capitava, ho dovuto imparare che non tutto riesce sempre bene, ma che l’unica possibilità reale è affrontare le cose con la stessa curiosità e voglia oltre i propri fallimenti, oltre la vergogna alle volte. Ridere di se sessi è un’arma incredibile. Forse l’unica che ci offre una seconda possibilità.

Questo anno e mezzo è volato, eppure mi sembra sia durato almeno il doppio tante sono le cose che mi ha lasciato. Mi ha tirato fuori dalle mie stesse abitudini, mi ha costretto a modellarmi rispetto ad una vita diversa, nuova, piena. Come reinventata nella scoperta di mille nuovi aspetti di me e di tante nuove consapevolezze che non immaginavo di poter raggiungere con tanta serenità. E’ che alle volte abbiamo troppa poca pazienza e troppe pretese.

Dimenticandoci di dover mettere al centro noi stessi, lasciamo che le cose scorrano intorno senza sentirle. Ecco, si, questa città mi ha costretto a mettere al centro me stessa senza troppi giri di parole, mi ha costretta a vivere di semplicità, a non pensare troppo a lungo, a non sprecare tempo e opportunità.

Mi ha aperto davvero gli occhi sul mondo, offrendomi un assaggio di vita. Uno di quelli che ti fanno sentire la fame vera, venire il brucolio allo stomaco, che ti rendono davvero pronta per sederti a tavola. Un antipasto insomma.

Il migliore che io abbia mai assaggiato.

 

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3 thoughts on “Drinking a black coffee on my last Sunday in London

  1. Una giovane donna che riesce a capire che un anno e mezzo di Londra non è stato altro che un antipasto al resto della sua vita, la proietta, automaticamente, in uno spazio ed in un tempo diversi.Guardare oltre, attraverso l'oggi, attraverso il se stessi è una cosa, DAVVERO, per pochi!Tu, sei una di "quei pochi"! Ti seguo, e tifo per te! Ti mando un bacio.

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  2. Pingback: La porta blu |

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