Allo zoo con Calderoli

Che Calderoli non brilli per sensibilità non è storia d’oggi, che abbia un linguaggio molto povero, spesso volgare, anche. Quanto è triste riconoscerlo: ci siamo abituati.

E non solo, comprendiamo ormai quel meccanismo per cui se ci si incontra alla “Sagra della Patata” con le corna da vichingo ed un fazzoletto verde alla gola, allora, sia assolutamente necessario darsi quest’aria da volgarotto abitante delle paludi. E’ proprio così che ci si da un “tono”, si strappano applausi e si conquista la gloria, meglio se addentando il cosciotto di un qualche animale ruspante cresciuto nel terreno di un certo amico paludottero. Ancor meglio, quando si punta alla standing ovation, se sfoggiando un sorriso gagliardo mentre si incorona la giovane sorridente che concorre per il titolo (verde) di reginetta della Padania.

Grande strategia politica. Ehhhh si.

Ricapitolando gli elementi: volgarità, corna, cosciotto ruspante, fazzoletto verde, sorriso gagliardo con coroncina. Tutto ciò e molto altro ancora, a definire una grande strategia politica. O quello che ne resta, sembrerebbe.

E quindi non ci si scandalizza più, per davvero, quando Calderoli, tanto per compiacere il suo pubblico, offende con una misera battuta razzista il Ministro Cecile Kyenge, paragonandola ad un orango. La storia la conosciamo tutti bene ormai. Anzi, lo stesso “vicepresidente del Senato della Repubblica” si è già scusato (immediatamente dopo esser finito su tutti i quotidiani) provando a spiegare che “l’eccessiva verve” era semplicemente data dalla necessità di animare gli animi paludotteri durante un comizio.

E siamo nella filosofia politica italiana. Come ben noto.

Perché in quanto a lavoro, fatto in aula o fuori, non sto qui a dir nulla. Ne faccio un capitolo completamente diverso. Quello che mi irrita lasciandomi stanca ed interdetta, è la miseria su cui si fonda ancora il pensiero e il linguaggio della politica italiana.

E una domanda, mi tormenta. Qual è il limite nella società civile di un Paese che prova a conquistare una posizione tra i primi al mondo e si erge ad esempio per “non si sa chi” in merito a “non si sa cosa”? Cosa non siamo disposti a giustificare all’uomo che ricopre una posizione di tale rilevanza e cosa invece, ci aspettiamo da lui?

Che si sa, tutti possono sbagliare, sopratutto se e quando lavorano, ma l’atteggiamento razzista, ostentato in pubblico come motivo di vanto, può essere considerato una svista? Un errore (ammissibile)?

Forse si (?), in un Paese di distratti, volgarotti, paludotteri, ignoranti ed incivili troppo presi ad addentare un cosciotto ruspante per notare quanto in basso può scendere il livello di decenza della propria società.

Mi chiedo quale sia il limite, appunto, che ci permetta di distinguere tra tolleranza ed indecenza. Quella sottilissima linea di frontiera che nessun cittadino in un Paese che si professa democratico, moderno e civile dovrebbe oltrepassare. Se ci sia ancora una ricchezza di pensiero e buon senso a cui non dovremmo mai voler rinunciare e a cui, qualche volta, dovremmo addirittura poter aspirare.

Mi chiedo se è mai esistito o esiste ancora questo limite o se non l’abbiamo completamente perso di vista. Noi, paludotteri.

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