Di cosa parliamo, Rockol?

Oggi Rockol pubblica un articolo / intervista a professionisti del social media marketing “musicali” (l’etichetta di per se basta a stranirmi) ed io un po’ perplessa, mi domando perché si stia parlando di questo oggi come di una novità, considerato che le numerose attività di gestione delle relazioni in rete (ho generalizzato per questioni di sintesi) vengono svolte da circa 10 anni almeno, in modo valido e serio.
Quello che mi perplime, non è tanto questo apparente risveglio improvviso, ma piuttosto il fatto che ciò avvenga principalmente perché spesso si fatica (non sempre per mancanza di volontà) a guardare fuori dal proprio orticello: non si osservano altri settori, mercati più o meno affini tanto quanto esperienze lontane, ma significative in termini di innovazione, e poi all’improvviso ci si ritrova in mondi in cui esistono le strategie di social media marketing e leggo cose tipo:
“Negli Stati Uniti agenzie come la nostra viaggiano a velocità che nemmeno riusciamo a immaginare, da noi invece sono relativamente una novità”.
Una novità?
Non è una novità. Si tratta di una materia di studio e di un’attività professionale decisamente radicata in Italia ed in Europa. Non serve arrivare agli Stati Uniti per individuare degli ottimi riferimenti professionali, bisogna solo guardarsi intorno con avida curiosità e maggiore volontà di adattamento e sperimentazione.
Cosa crea questa confusione?
Probabilmente il fatto che per chi lavora nel settore musicale, oltre ad una profonda conoscenza del digital marketing, sia fondamentale una conoscenza approfondita e verticale del proprio ambito di riferimento e delle dinamiche che lo caratterizzano. La necessità quindi di integrare diversi canali di comunicazione in modo flessibile e definire una strategia ad hoc per ogni progetto, richiede una conoscenza approfondita dei tanti aspetti che caratterizzano le attività di produzione, management e promozione.
E’ dalla percezione di questa necessità che nascono agenzie che si occupano di social media marketing e comunicazione solo per la musica (il che può potenzialmente diventare una grande valore o una zavorra).
Ma questo è altrettanto vero per altri settori. E comunque non c’è strategia che non si fondi su un’attenta analisi del proprio mercato di riferimento e di tutti gli attori che lo animano. Non c’è analisi che non tenga conto dei tanti dati che ormai le piattaforme digitali mettono a disposizione.
Ci sono e ci saranno sempre degli ottimi e appassionati professionisti, tante soluzioni possibili e altrettante strade per attuarle.
Quello di cui parlo e credo possa fare la differenza è l’atteggiamento, la capacità di connessione con il mondo che ci circonda.
Intraprendere la strada del cambiamento o porsi in una condizione di apertura e ascolto è anche un dovere. Pensare all’innovazione come una costante richiede coraggio, ma ci rende più veloci e pronti ad affrontare le grandi trasformazioni.
Perché il cambiamento arriva a prescindere e può tutt’al più, trovarci preparati.
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