L’amore raccontato

Un amico mi racconta della sua storia d’amore, intensa, ma tormentata.

Inizia a raccontarmene una volta, per caso, e mi lascia subito intendere che lei non è una persona completamente”disponibile”. Poi piano piano, impara a fidarsi di me, e non si preoccupa di dirmi quanto sia difficile vedersi, scriversi, dirsi le cose fino in fondo.

Continua, me ne parla spesso e a lungo.

Mi sembra di conoscerli, insieme dico. Anche se in realtà no.

La relazione è così tormentata che gli chiedo spesso del senso che possa avere,  con quella solita franchezza per cui qualcuno non mi lascerebbe mai andare e qualcun altro farebbe volentieri a meno di me.

Nessuna sua risposta mi sembra completa, mai.

Lei c’è e non c’è, sembra distruggere ogni prospettiva futura, sembra richiedere enormi sforzi e partite lunghissime.

E io chiedo spesso a lui se pensa ne valga davvero la pena. Se pensa davvero d’amarla.

Fino al giorno in cui lui cerca di convincermi prima dicendo che mi basterebbe un’ora per conoscerla e capire,  e poi esplodendo inevitabilmente:

“è bellissima, di una sincerità, di un’empatia, di un’intelligenza. Qualche strana sindrome ce l’avrei se non l’amassi”.

Ho smesso di chiedere.

Ho continuato solo ad ascoltare.

Delle volte siamo così presi dal farci domande che dimentichiamo che per ascoltare le risposte, bisogna stare in silenzio.

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