Il margine del fiume

Di tutte le cose difformi che ho, ho avuto e ancora non so d’avere, ma inevitabilmente si renderanno palesi prima o poi, quella che mi infastidisce di più è la sensazione di invadenza nella vita e nelle cose delle persone che mi interessano.

I legami umani per me sono un motivo di connessione con il mondo e con la terra, mi vedo attraverso le persone che mi circondano, le seleziono, raccolgo la loro voglia di insegnarmi qualcosa o quello che mi lasciano di passaggio, mi metto in discussione per ognuno che mi dà o mi toglie. Mi perdo a guardare prima ancora d’essere guardata.

Ho imparato crescendo che va bene lasciare andare, che si può amare e accogliere ad ogni livello, che contesti diversi possono convivere nella nostra vita quando siamo noi a diventare il punto di incontro tra mondi differenti, diversamente preziosi.

Ho imparato crescendo che il qui ed ora resta per causa di forza maggiore l’unica dimensione davvero identitaria e che se non sappiamo gestire il nostro spazio e il tempo che ci sta dentro, allora la vita ci sta passando addosso.

Ho imparato che scegliere è una responsabilità che non si può evitare, perché non scegliere è una scelta. Non prendere posizione è una scelta, il silenzio è una scelta. E scegliere è una responsabilità tanto quanto non scegliere.

Eppure ancora non ho imparato come si fa a non sentirsi troppo. Un fiume in piena che andrebbe contenuto, misurato, colmato.

Mi capita ancora di chiedere scusa quando ho la sensazione d’invadere corsie altrui, con le parole, con i desideri, con le espressioni silenziose che no riesco a misurare. Mi capita ancora di chiedermi, quando alle mie domande aperte sento rispondere solo il mio eco, se non sia io a domandare, desiderare, spingere troppo. Che l’equilibrio è precario anche nella bellezza e il troppo, si sa, storpia.

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Invece vediamo le nuvole

Fino a qualche mese fa, non accentavo la vocale dell’avverbio “sì”, poi ho imparato a farlo, poi è diventato ricorrente, poi è diventato ovvio.
Non solo ovvio: noto quell’accento tutte le volte che incontro il sì in un testo scritto. T-u-t-t-e-l-e-v-o-l-t-e.
Sono stata educata a scriverlo correttamente, spronata a farlo. Da lì in avanti, è diventato normale.
Se nessuno ci insegna che qualche volta a guardare le nuvole si possono vedere “cose” a cui attribuire significati, continueremo a vedere macchie bianche su fondo blu tutta la vita. Invece, vediamo le nuvole.
Se nessuno ci educasse alla gentilezza, non saremmo in grado di notare la scortesia. Se nessuno ci educasse all’ascolto, non saremmo mai in grado di dialogare.
Le cose che ci accadono qualche volta ci educano e l’educazione ci cambia. Ci fa adulti capaci di approcciare situazioni simili in modi diversi nel tempo. Di fare dell’esperienza l’occasione per cucirsi addosso il vestito che vogliamo indossare.
Se lasciamo che le cose ci capitino per poi ritornare al punto di partenza, al punto in cui non ci erano ancora capitate, fingendo di non notare cose che prima nemmeno vedevamo, ci perdiamo due questioni fondamentali: la memoria del passato e la possibilità di un futuro migliore.
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Del tempo che passa la felicità (cit.)

La sofferenza è lo specchio della felicità.

Se sai essere felice, accogliere le emozioni, lasciare spazio ai sentimenti (che già di per sé implica tutta una serie di competenze molto rare), dovrai necessariamente essere pronto ad incassare momenti di sofferenza.

C’è un filo conduttore tra le cose della vita per cui vivere a compartimenti stagni non è sempre possibile. Quasi mai. Perché i sentimenti sono come i lacci delle scarpe, in realtà è un laccio solo con due estremità che può risultare più lungo in un verso o l’altro a seconda di come lo tiri, delle circostanze e delle condizioni che subisce.

Se ci sono momenti in cui siamo esaltati come un piccolo dio dell’Olimpo, con la cetra, la corona d’alloro e tutta la compagnia cantante, se ci sono momenti di trascurabile felicità, se lasciamo che la vita ci entri tutti i giorni nelle cose, allora ci saranno giornate in cui rimetteremo in discussione tutto e giornate in cui staremo male, poco o tanto dipende dai casi, ma tant’è non cambia il risultato: o si sente tutto o forse non si è capaci di sentire nulla.

Essere felici richiede molto coraggio, prendersi cura della felicità richiede attenzione, gestire la sofferenza richiede pazienza e un po’ di sano realismo.

Non possiamo fare a meno che munirci di coraggio, attenzione, pazienza e d’una discreta capacità d’improvvisazione.

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La vita ci capita

Mi incuriosisce pensare a come le cose di tutti i giorni, quelle ordinarie, riescano ad indicarci chiaramente una direzione o ci aprano strade che altrimenti non avremmo visto.

Mi incuriosisce come la nostra vita si incastri casualmente a quella di altri, qualche volta è solo lo scambio di un sorriso, di un gesto, di una parola, e poi ci si ritrova mischiati negli anni successivi.

Le cose della vita mi piacciono. Al netto di alcune detestabili esperienze.

Quello che mi piace è che continua a “farci capitare cose”. Come la bella musica. La bella musica ci capita.

Come le storie degli altri, come le storie nei libri, come i racconti degli amici e gli amici stessi. Come tutte le persone con cui ci ritroviamo a condividere un banco, fin dalla più tenera età, per poi sceglierci nei giochi.

Per poi sceglierci.

Le cose ci capitano, come le persone. Ci accendono dentro qualcosa, ci aprono gli occhi su visioni che altrimenti non avremmo conosciuto e ci insegnano nuovi modi di stare al mondo. Di parlarsi, guardarsi e guardare intorno.

Le cose si muovono intorno a noi, qualche volta ci toccano.

Sta a noi avere il coraggio di afferrarle, sceglierle, fare di quelle scelte una possibilità o comunque un pezzo di vita. Tutti i giorni. Con il nostro modo, con la semplicità con cui si accetta un dono e la diffidenza con cui si cede qualcosa di proprio.

Ma scegliere, rischiare di perdere qualcosa probabilmente, per afferrare qualcos’altro, è l’unico modo possibile per vivere. Ed è, per quanto difficile, una necessità che la vita stessa ci mette dentro.

Ci chiede d’essere vissuta, senza maschere, senza armature. Ci chiedere d’essere, ogni giorno, che è ogni giorno che la vita ci capita.