Invece vediamo le nuvole

Fino a qualche mese fa, non accentavo la vocale dell’avverbio “sì”, poi ho imparato a farlo, poi è diventato ricorrente, poi è diventato ovvio.
Non solo ovvio: noto quell’accento tutte le volte che incontro il sì in un testo scritto. T-u-t-t-e-l-e-v-o-l-t-e.
Sono stata educata a scriverlo correttamente, spronata a farlo. Da lì in avanti, è diventato normale.
Se nessuno ci insegna che qualche volta a guardare le nuvole si possono vedere “cose” a cui attribuire significati, continueremo a vedere macchie bianche su fondo blu tutta la vita. Invece, vediamo le nuvole.
Se nessuno ci educasse alla gentilezza, non saremmo in grado di notare la scortesia. Se nessuno ci educasse all’ascolto, non saremmo mai in grado di dialogare.
Le cose che ci accadono qualche volta ci educano e l’educazione ci cambia. Ci fa adulti capaci di approcciare situazioni simili in modi diversi nel tempo. Di fare dell’esperienza l’occasione per cucirsi addosso il vestito che vogliamo indossare.
Se lasciamo che le cose ci capitino per poi ritornare al punto di partenza, al punto in cui non ci erano ancora capitate, fingendo di non notare cose che prima nemmeno vedevamo, ci perdiamo due questioni fondamentali: la memoria del passato e la possibilità di un futuro migliore.
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La vita ci capita

Mi incuriosisce pensare a come le cose di tutti i giorni, quelle ordinarie, riescano ad indicarci chiaramente una direzione o ci aprano strade che altrimenti non avremmo visto.

Mi incuriosisce come la nostra vita si incastri casualmente a quella di altri, qualche volta è solo lo scambio di un sorriso, di un gesto, di una parola, e poi ci si ritrova mischiati negli anni successivi.

Le cose della vita mi piacciono. Al netto di alcune detestabili esperienze.

Quello che mi piace è che continua a “farci capitare cose”. Come la bella musica. La bella musica ci capita.

Come le storie degli altri, come le storie nei libri, come i racconti degli amici e gli amici stessi. Come tutte le persone con cui ci ritroviamo a condividere un banco, fin dalla più tenera età, per poi sceglierci nei giochi.

Per poi sceglierci.

Le cose ci capitano, come le persone. Ci accendono dentro qualcosa, ci aprono gli occhi su visioni che altrimenti non avremmo conosciuto e ci insegnano nuovi modi di stare al mondo. Di parlarsi, guardarsi e guardare intorno.

Le cose si muovono intorno a noi, qualche volta ci toccano.

Sta a noi avere il coraggio di afferrarle, sceglierle, fare di quelle scelte una possibilità o comunque un pezzo di vita. Tutti i giorni. Con il nostro modo, con la semplicità con cui si accetta un dono e la diffidenza con cui si cede qualcosa di proprio.

Ma scegliere, rischiare di perdere qualcosa probabilmente, per afferrare qualcos’altro, è l’unico modo possibile per vivere. Ed è, per quanto difficile, una necessità che la vita stessa ci mette dentro.

Ci chiede d’essere vissuta, senza maschere, senza armature. Ci chiedere d’essere, ogni giorno, che è ogni giorno che la vita ci capita.

 

 

La fretta di star bene

Se c’è una cosa che ho avuto da sempre, sebbene negli anni abbia assunto modi e forme diverse di manifestarsi, questa è il cosiddetto “baricentro basso” (in senso figurato, s’intende).

Quando ero bambina una cara amica di mia madre le disse, in mia presenza: “Sonia, tua figlia riesce ad adattarsi a situazioni differenti con persone differenti senza alcun problema, si adatta come l’occorrenza richiede, mai un accenno di disagio. Non è scontato”.

Che fiera che ero. Lo ricordo ancora.

Era vero. Ma solo negli anni ho compreso il potere che avesse questo tipo di “attitudine”, tanto da ricercarla poi io stessa negli altri.

Per “baricentro basso” si intende quella lucidità per cui si sta nelle cose della vita fino in fondo, senza agitazione, con equilibrio, senza isterismi.

Questa attitudine, che si è via via strutturata con la crescita e la formazione, mi insegna, mi aiuta e, qualche volta, mi salva.

Tra le varie cose, mi ha educato a cercare troppo velocemente delle soluzioni. Il pensiero è l’anticamera dell’azione, l’azione è volta alla risoluzione.

Questo processo è negli anni diventato sempre più immediato, per saltare quanti più gradini possibili, accorciare tempi e distanze, giungere alle risposte. In fretta.

È come se mi rendessi conto tutto d’improvviso che questo tipo di automatismo mi ha abituato ad evitare le sofferenze come con le bandierine in uno slalom. Che poi non ci riesco mai, è chiaro, ma il tentativo è evidente. E (oh, magari poi nego tutto), ma soffrire serve.  Esiste un tempo utile anche per le sofferenze. E quel tempo non andrebbe compresso da alcuna emergenza di controllo o risolutiva.

Perché tanto quanto nelle gioie e nei grandi entusiasmi, la sofferenza ci dice qualcosa di noi, ci dice tanto di noi. Ci dice cosa vogliamo davvero e cosa tolleriamo appena. Cosa aspettiamo e cosa desideriamo. Ci dice chi siamo in un preciso momento, che finirà, ma che forse ci avrà cambiato. Ci dice che ci siamo, fino al collo, vivi e reattivi di fronte ai nostri desideri e alle nostre insoddisfazioni, alle frustrazioni e alle ambizioni. Ci aiuta a definirci nuovamente, ci aiuta a cambiare pelle. Ci indica che stiamo andando da qualche parte, anche quando non sappiamo se “camminiamo giusto o sbagliato”.

La nostra fretta di star bene, di sistemare le cose, chiarire gli equivoci, qualche volta è solo ansia di stare male.

Ma quello che proviamo va bene, sempre, così com’è.

Senza fretta.

I piedi scalzi, le voci sopra, i pensieri dentro

Oggi è iniziata con gli occhi gonfi di tensione, le occhiaie resistenti e paffute, il cielo grigio ad incorniciare il brusio della gente in metro fino al fischio di inizio, alle 9.

Il lavoro, le cose, la gente, la mail, gli abbracci, le (troppe) chiacchiere.

Il lavoro, le cose, la gente.

Ho camminato a piedi fino a casa, scoperto di aver lasciato le chiavi in ufficio solo una volta arrivata.

Sono stata l’imprevisto di mio fratello, che prima di darmi il mazzo di chiavi di scorta e riportarmi a casa in moto, con il vento fresco a ricordarci che non è ancora davvero primavera, mi ha fatto ridere e cenare.

Portone, ascensore, porta.

Casa.

I vicini ascoltano “At least” o qualcosa del genere.

I piedi scalzi, le voci sopra, i pensieri dentro.

Non è ancora primavera.

Ma arriverà, il vento caldo delle serate estive.