Aprile, 2018

Ci sono momenti nella vita in cui ci si trova a camminare per strade impreviste (Dante la scriveva meglio, e l’età è pure suppergiù quella, lo so).

Noi ci aspettiamo strade dritte, e loro si arricciano. Noi vogliamo che la vita ci risponda per come noi la sentiamo e lei tace per poi urlarti cose fortissimo quando vivi  sott’acqua e ti pare di non riuscire più a sentire niente.

A credere che le strade possano essere tutte lunghe, larghe e ad alta velocità, si fa peccato, più che altro perché si bestemmia dopo, quando ci si accorge che non si sta così comodi alla guida, ma ci si tiene aggrappati alla meno peggio mentre le montagne russe ti fanno volare a testa in giù e tu, se sei bravo, ti godi l’adrenalina del viaggio, se sei impreparato ti tieni solo fortissimo sperando di non cadere.

Qualunque sia il momento della vita o la curva che tentiamo di svoltare ora, io direi che la cose migliore che possiamo metterci in testa, tutti, è la verità. Per quanto una curva sia ripida, se è la tua strada, se è vera, ti sta portando al posto giusto.

Questa è una delle cose che ho imparato questo mese: anche nella più ripida delle strade, se vera, siamo al sicuro.

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Marzo, 2018

Meno di un anno fa vivevo in un’altra casa, avevo un’altra vita, ero un’altra persona.

Oggi pranzando con degli amici, tra l’ antipasto e il primo, un bicchiere di vino fresco e il primo sole che sa davvero di primavera, è venuto fuori il ricordo di un vecchio pranzo fatto insieme tempo fa in quella casa, con un’altra tovaglia e altri fiori sul tavolo. Ed è così diverso da sembrare incredibilmente lontano nel tempo: “un’altra vita”.

Esattamente quello che ho esclamato pensandoci. Quante vite ci sono dentro ognuna, quante incredibili storie e fiori con i vasi e pranzi della domenica. E quante persone diverse diventiamo, una persona nuova per ogni vita che ci concediamo.

Tutto per essere chi siamo, ogni giorno, un pezzetto di più di quello che eravamo il giorno prima senza che nessuno ci abbia mai fatto una lezione sulla vita o consegnato un libretto delle istruzioni. Abbiamo vissuto sempre con la sola speranza di fare la mossa giusta per arrivare a conquistare il re, facendo scacco matto.

Tutto senza un indizio su come sarebbe andata, di quali occasioni avremmo creato, di quanta pazienza ci sarebbe stata richiesta, quanta felicità ci sarebbe tornata in cambio, di quanto saremmo stati capiti o considerati un baro.

Tutto a naso.

Pare che chi ha un buon istinto infatti, parta avvantaggiato, riconoscendo il profumo delle buone opportunità: quelle dove si fa la vita, oltre ad impararla. Quelle che ci rendono persone migliori di quelle che eravamo nelle vita di prima e di prima ancora.

Io non so giocare, neanche sto qua a raccontarvelo quanto io sia assolutamente incapace di fare mosse intelligenti, anche se raccolgo e imparo dagli indizi.

Mi muovo spesso senza mappa, con la sola capacità di improvvisazione.

E così, questo mese mi insegna questo: sii sincera ed improvvisa.

 

Cara amica ti scrivo, così mi distraggo un po’

Accogliere le cose non basta.

Bisogna imparare a starci dentro e dargli lo spazio ed il valore che chiedono alla nostra vita.

Quest’anno mi ha insegnato tante cose, alcune molto amare, ma non per questo meno preziose.

La prima è che siamo i primi responsabili della nostra felicità perché è nostra cura scegliere ciò che nella vita può rispondere al nostro richiamo con la stessa intensità e lo stesso entusiasmo.

Che a rinunciare a vivere davvero è un attimo. Per ogni volta che si ripiega, convinti che ci sia spazio per tutto, sempre.

La seconda cosa che ho imparato è che siamo fatti per decidere, anche se non farlo è più semplice.

Ho subito spesso scelte degli altri nella mia vita: amori, lavoro, studio. Rispondere alla posizione presa da un altro è frustrante: la maggior parte delle volte restiamo inermi troppo a lungo prima di riprenderci dal torpore procurato di chi ci cambia la vita senza chiederci il permesso. Si cerca di far tornare i conti; che poi andare avanti ci sembra fattibile anche se la verità è che ci diciamo un sacco di fesserie finché poi non ci svegliamo un giorno e non ci ricordiamo più bene le domande ed i motivi del torpore.

Eppure, non abbiamo altra scelta: se a decidere è qualcun altro, non ci resta che adeguarci. In questa cosa qui si può diventare bravissimi e bisogna stare attenti a non diventare bravissimi.

Ma non è di reazioni che si vive, non per le cose importanti. Le cose importanti della vita richiedono partecipazione e partecipare vuol dire assumersi la responsabilità di scegliere, di prendere posizione, di dichiarare i propri desideri, di chiedere scusa, di modellare la propria vita perché si crei uno spazio adeguato a quello che vogliamo ci stia dentro. Le cose importanti richiedono tanta onestà e ci ricordano continuamente quanto siamo imperfetti. Ma proprio per questo possono richiedere grandi cambi di rotta, grandi e potenti tentativi di recupero.

Stare dentro le cose vuol dire fargli lo spazio opportuno, rispettarle, curarle.

La terza cosa che ho imparato, è che cercare colpevoli per il nostro dolore non è mai una soluzione né tanto meno potrebbe essere un palliativo: cercare sincere possibilità di riscatto con se stessi è forse l’unica soluzione possibile.

Le persone infelici sono come un ingranaggio mal funzionante che s’incaglia continuamente e risucchia energia ovunque intorno a sé. Ma per innescare condizioni positive, dobbiamo essere noi l’ingranaggio che vorremmo incontrare.

La quarta è a lasciare andare. Senza spiegare oltremodo: per ferire o ferirci il meno possibile. Certi processi non sono indolore, non lo saranno mai e quel dolore lì ci deve passare tutto addosso: ci serve, esattamente come serve la felicità (semicit.).

La quinta è che le persone vanno via anche se amano quando non gli si offre ragioni per restare.

La sesta cosa che ho imparato è che le persone che hai amato ti resteranno per sempre dentro. Per quanto si possa credere di avere fallito, chi ha amato sinceramente, si porta a casa qualcosa di sé che ha scoperto solo attraverso gli occhi della persona da cui è stata amata. Si porta a casa qualcosa dell’altro che non avrebbe potuto trovare altrove.

La settima è che meritiamo d’essere amati almeno tanto quanto siamo pronti ad amare. E sentirne il bisogno non è una faccenda di cui vergognarsi.

Ma una cosa seria.

Il margine del fiume

Di tutte le cose difformi che ho, ho avuto e ancora non so d’avere, ma inevitabilmente si renderanno palesi prima o poi, quella che mi infastidisce di più è la sensazione di invadenza nella vita e nelle cose delle persone che mi interessano.

I legami umani per me sono un motivo di connessione con il mondo e con la terra, mi vedo attraverso le persone che mi circondano, le seleziono, raccolgo la loro voglia di insegnarmi qualcosa o quello che mi lasciano di passaggio, mi metto in discussione per ognuno che mi dà o mi toglie. Mi perdo a guardare prima ancora d’essere guardata.

Ho imparato crescendo che va bene lasciare andare, che si può amare e accogliere ad ogni livello, che contesti diversi possono convivere nella nostra vita quando siamo noi a diventare il punto di incontro tra mondi differenti, diversamente preziosi.

Ho imparato crescendo che il qui ed ora resta per causa di forza maggiore l’unica dimensione davvero identitaria e che se non sappiamo gestire il nostro spazio e il tempo che ci sta dentro, allora la vita ci sta passando addosso.

Ho imparato che scegliere è una responsabilità che non si può evitare, perché non scegliere è una scelta. Non prendere posizione è una scelta, il silenzio è una scelta. E scegliere è una responsabilità tanto quanto non scegliere.

Eppure ancora non ho imparato come si fa a non sentirsi troppo. Un fiume in piena che andrebbe contenuto, misurato, colmato.

Mi capita ancora di chiedere scusa quando ho la sensazione d’invadere corsie altrui, con le parole, con i desideri, con le espressioni silenziose che no riesco a misurare. Mi capita ancora di chiedermi, quando alle mie domande aperte sento rispondere solo il mio eco, se non sia io a domandare, desiderare, spingere troppo. Che l’equilibrio è precario anche nella bellezza e il troppo, si sa, storpia.