Febbraio 2018

Avete mai incontrato una persona Cipensoio?

Faticano a delegare, tengono alta l’asticella, si sforzano sempre di mettersi dalla parte di chi hanno di fronte e troppo spesso hanno la presunzione di riuscirsi.

Le persone cipensoio hanno una storia fatta di osservazione e attenzione verso gli altri, raccolgono spunti e si lasciano affascinare dai dettagli, si innamorano sopratutto dei difetti e più affrontano una sfida ardua, più sentono di poterne essere gratificati.

Si caricano di tutto quello che pensano di riuscire a risolvere, gestire, governare, lo risolvono, gestiscono, governano e poi sperano di avere qualcuno a cui raccontarlo perché é così che quella cosa diventa ancora più vera e un po’ epica anche, una vera narrazione.

Le persone cipensoio danno consigli saggi, indicano direzioni precise, si nutrono di altre storie, di persone da cui poter imparare qualcosa, si danno prendendo e prendono nell’esserci per dare.

Cipensoio

L’espediente alle difficoltà, il balsamo alle paure. Tutto tranne che star fermi, perder tempo, consumare possibilità.

Cipensoio

È un modo di vivere.

Fare anche il pezzo degli altri perché li si è capiti è un talento che non regala sempre grandi soddisfazioni, ma mette nella prospettiva della conquista. A misurarsi con la difficoltà ci si può prendere gusto, ad affrontare con coraggio le sfide ci si sente quasi atletici.

Ricorrere di tanto in tanto al diritto di non essere campioni, dei vincenti, è un sollievo e insieme una possibilità per ricominciare da se stessi. Dare tutto quel che si può è ancora di più un valore se non si attende una ricompensa.

Le persone cipensoio colmano con il loro coraggio l’inconsistenza, laddove la riconoscono. Saltano oltre il loro naso e cercano di non coprire la luna con il dito, ma di coraggio ci si può rovinare.

Gennaio 2018

Il cuore è oltre l’ostacolo da un bel po’ ormai, lanciato nel vuoto da mesi. Ho imparato l’indulgenza, ho imparato ad ascoltare di più, ad ascoltarmi di più, ho imparato a fidarmi delle mie intuizioni.

Febbraio 2018

Imparare a lasciare un po’ della propria storia agli altri, è un lavoro che vale la pena d’essere imparato. Adesso.

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Invece vediamo le nuvole

Fino a qualche mese fa, non accentavo la vocale dell’avverbio “sì”, poi ho imparato a farlo, poi è diventato ricorrente, poi è diventato ovvio.
Non solo ovvio: noto quell’accento tutte le volte che incontro il sì in un testo scritto. T-u-t-t-e-l-e-v-o-l-t-e.
Sono stata educata a scriverlo correttamente, spronata a farlo. Da lì in avanti, è diventato normale.
Se nessuno ci insegna che qualche volta a guardare le nuvole si possono vedere “cose” a cui attribuire significati, continueremo a vedere macchie bianche su fondo blu tutta la vita. Invece, vediamo le nuvole.
Se nessuno ci educasse alla gentilezza, non saremmo in grado di notare la scortesia. Se nessuno ci educasse all’ascolto, non saremmo mai in grado di dialogare.
Le cose che ci accadono qualche volta ci educano e l’educazione ci cambia. Ci fa adulti capaci di approcciare situazioni simili in modi diversi nel tempo. Di fare dell’esperienza l’occasione per cucirsi addosso il vestito che vogliamo indossare.
Se lasciamo che le cose ci capitino per poi ritornare al punto di partenza, al punto in cui non ci erano ancora capitate, fingendo di non notare cose che prima nemmeno vedevamo, ci perdiamo due questioni fondamentali: la memoria del passato e la possibilità di un futuro migliore.
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Del tempo che passa la felicità (cit.)

La sofferenza è lo specchio della felicità.

Se sai essere felice, accogliere le emozioni, lasciare spazio ai sentimenti (che già di per sé implica tutta una serie di competenze molto rare), dovrai necessariamente essere pronto ad incassare momenti di sofferenza.

C’è un filo conduttore tra le cose della vita per cui vivere a compartimenti stagni non è sempre possibile. Quasi mai. Perché i sentimenti sono come i lacci delle scarpe, in realtà è un laccio solo con due estremità che può risultare più lungo in un verso o l’altro a seconda di come lo tiri, delle circostanze e delle condizioni che subisce.

Se ci sono momenti in cui siamo esaltati come un piccolo dio dell’Olimpo, con la cetra, la corona d’alloro e tutta la compagnia cantante, se ci sono momenti di trascurabile felicità, se lasciamo che la vita ci entri tutti i giorni nelle cose, allora ci saranno giornate in cui rimetteremo in discussione tutto e giornate in cui staremo male, poco o tanto dipende dai casi, ma tant’è non cambia il risultato: o si sente tutto o forse non si è capaci di sentire nulla.

Essere felici richiede molto coraggio, prendersi cura della felicità richiede attenzione, gestire la sofferenza richiede pazienza e un po’ di sano realismo.

Non possiamo fare a meno che munirci di coraggio, attenzione, pazienza e d’una discreta capacità d’improvvisazione.

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I piedi scalzi, le voci sopra, i pensieri dentro

Oggi è iniziata con gli occhi gonfi di tensione, le occhiaie resistenti e paffute, il cielo grigio ad incorniciare il brusio della gente in metro fino al fischio di inizio, alle 9.

Il lavoro, le cose, la gente, la mail, gli abbracci, le (troppe) chiacchiere.

Il lavoro, le cose, la gente.

Ho camminato a piedi fino a casa, scoperto di aver lasciato le chiavi in ufficio solo una volta arrivata.

Sono stata l’imprevisto di mio fratello, che prima di darmi il mazzo di chiavi di scorta e riportarmi a casa in moto, con il vento fresco a ricordarci che non è ancora davvero primavera, mi ha fatto ridere e cenare.

Portone, ascensore, porta.

Casa.

I vicini ascoltano “At least” o qualcosa del genere.

I piedi scalzi, le voci sopra, i pensieri dentro.

Non è ancora primavera.

Ma arriverà, il vento caldo delle serate estive.