Invece vediamo le nuvole

Fino a qualche mese fa, non accentavo la vocale dell’avverbio “sì”, poi ho imparato a farlo, poi è diventato ricorrente, poi è diventato ovvio.
Non solo ovvio: noto quell’accento tutte le volte che incontro il sì in un testo scritto. T-u-t-t-e-l-e-v-o-l-t-e.
Sono stata educata a scriverlo correttamente, spronata a farlo. Da lì in avanti, è diventato normale.
Se nessuno ci insegna che qualche volta a guardare le nuvole si possono vedere “cose” a cui attribuire significati, continueremo a vedere macchie bianche su fondo blu tutta la vita. Invece, vediamo le nuvole.
Se nessuno ci educasse alla gentilezza, non saremmo in grado di notare la scortesia. Se nessuno ci educasse all’ascolto, non saremmo mai in grado di dialogare.
Le cose che ci accadono qualche volta ci educano e l’educazione ci cambia. Ci fa adulti capaci di approcciare situazioni simili in modi diversi nel tempo. Di fare dell’esperienza l’occasione per cucirsi addosso il vestito che vogliamo indossare.
Se lasciamo che le cose ci capitino per poi ritornare al punto di partenza, al punto in cui non ci erano ancora capitate, fingendo di non notare cose che prima nemmeno vedevamo, ci perdiamo due questioni fondamentali: la memoria del passato e la possibilità di un futuro migliore.
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Del tempo che passa la felicità (cit.)

La sofferenza è lo specchio della felicità.

Se sai essere felice, accogliere le emozioni, lasciare spazio ai sentimenti (che già di per sé implica tutta una serie di competenze molto rare), dovrai necessariamente essere pronto ad incassare momenti di sofferenza.

C’è un filo conduttore tra le cose della vita per cui vivere a compartimenti stagni non è sempre possibile. Quasi mai. Perché i sentimenti sono come i lacci delle scarpe, in realtà è un laccio solo con due estremità che può risultare più lungo in un verso o l’altro a seconda di come lo tiri, delle circostanze e delle condizioni che subisce.

Se ci sono momenti in cui siamo esaltati come un piccolo dio dell’Olimpo, con la cetra, la corona d’alloro e tutta la compagnia cantante, se ci sono momenti di trascurabile felicità, se lasciamo che la vita ci entri tutti i giorni nelle cose, allora ci saranno giornate in cui rimetteremo in discussione tutto e giornate in cui staremo male, poco o tanto dipende dai casi, ma tant’è non cambia il risultato: o si sente tutto o forse non si è capaci di sentire nulla.

Essere felici richiede molto coraggio, prendersi cura della felicità richiede attenzione, gestire la sofferenza richiede pazienza e un po’ di sano realismo.

Non possiamo fare a meno che munirci di coraggio, attenzione, pazienza e d’una discreta capacità d’improvvisazione.

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I piedi scalzi, le voci sopra, i pensieri dentro

Oggi è iniziata con gli occhi gonfi di tensione, le occhiaie resistenti e paffute, il cielo grigio ad incorniciare il brusio della gente in metro fino al fischio di inizio, alle 9.

Il lavoro, le cose, la gente, la mail, gli abbracci, le (troppe) chiacchiere.

Il lavoro, le cose, la gente.

Ho camminato a piedi fino a casa, scoperto di aver lasciato le chiavi in ufficio solo una volta arrivata.

Sono stata l’imprevisto di mio fratello, che prima di darmi il mazzo di chiavi di scorta e riportarmi a casa in moto, con il vento fresco a ricordarci che non è ancora davvero primavera, mi ha fatto ridere e cenare.

Portone, ascensore, porta.

Casa.

I vicini ascoltano “At least” o qualcosa del genere.

I piedi scalzi, le voci sopra, i pensieri dentro.

Non è ancora primavera.

Ma arriverà, il vento caldo delle serate estive.

Che strazio l’adolescenza

Da ragazzina ho sempre avuto la sensazione di mancare in qualcosa. Quella sensazione assolutamente indefinita ed indefinibile per cui mi sentivo a disagio spesso (e volentieri). Questa sensazione mi ha reso schiva e riservata, per concedermi di lasciare andare solo con pochissime persone o in alcuni contesti. Per affrontare questa scomoda sensazione cercavo quindi di compiacere gli altri e trovare uno spazio di accettazione nelle loro vite, ma che dico di accettazione, di riconoscimento! Riconoscersi attraverso gli occhi degli altri è una facile illusione e nei miei 15/16/17 anni, mi sembrava fondamentale. Contavo solo quando le persone a cui tendevo mi facevano sentire importante. E ogni volta che riuscivo ad essere di conforto o di aiuto a queste persone, solo allora mi sentivo veramente utile.

Eppure, la scomoda sensazione non se ne andava. Detta così penserete: minchia che strazio d’adolescenza.

La mia è stata anche fatta di tanti momenti belli. Giuro. Ma oggi per strane ragioni ripenso a come mi sentivo allora e a quello che ho imparato. Dopo.

Ho imparato che la prima persona che deve volerti bene sei tu, la prima a cui devi piacere sei ancora tu e che le persone si scelgono, dopo esserci capitate. Accuratamente aggiungerei. Si scelgono quelle che ci fanno contare qualcosa, quelle che ricambiano i nostri salti mortali con i loro, quelli che ci forniscono una strada per raggiungerli o un codice per comprenderli, quelli che ci fanno spazio nella loro vita.

Quelle che ci fanno avere voglia di esserci, che ci strappano sorrisi e lacrime e che non mancano di regalarcene. C’è sempre il modo di sentirsi a casa con una persona che si sente a casa con te.

Bisogna solo scegliersi.