Ognuno ha la sua scatola

Quattro anni fa cambiavo completamente lavoro, passando da un’agenzia al mondo istituzionale.

Ricordo perfettamente la spinta, la voglia di fare e la paura di non essere all’altezza del cambiamento che io stessa avevo cercato. Ricordo la difficoltà a lasciare il gruppo di lavoro con cui avevo condiviso così tanto e addirittura la nostalgia di quelli che non sarebbero più stati “i miei clienti”.

Ricordo le parole di chi, più grande di me, poteva insegnarmi qualcosa:

“Il cliente XXX si ricorderà sempre di te, perché ha potuto contare su di te dall’inizio, ti ha conosciuto, ha imparato a fidarsi e poi ad affidarsi a te”.

Il cambiamento è parte integrante delle cose che facciamo, inevitabilmente. Le direzioni in cui ci porta spesso sono confuse, se non abbiamo bene in mente la destinazione.

Qualche volta ci facciamo spaventare dall’idea che cambiando, quello che abbiamo dato fino a quel momento possa finire ad impolverarsi nella scatola del dimenticatoio, perché la luce, quando cerca spazio, lo fa posandosi su poche cose per volta (no: “Ogni cosa è illuminata” non è una condizione letterale e pratica, non sempre almeno).

Ma la verità, come mi ha insegnato quel giorno un amico più saggio di me, è che quello che lasciamo entrare nella nostra vita, quando ne abbiamo il coraggio, diventa parte stessa di noi, segna il nostro percorso, ci da direzione, determina le nostre stesse condizioni d’essere e la qualità con cui riusciamo.

Pertanto, avere paura della polvere non è un bene. Mai.

Avere paura della polvere, è solo paura.

I piedi scalzi, le voci sopra, i pensieri dentro

Oggi è iniziata con gli occhi gonfi di tensione, le occhiaie resistenti e paffute, il cielo grigio ad incorniciare il brusio della gente in metro fino al fischio di inizio, alle 9.

Il lavoro, le cose, la gente, la mail, gli abbracci, le (troppe) chiacchiere.

Il lavoro, le cose, la gente.

Ho camminato a piedi fino a casa, scoperto di aver lasciato le chiavi in ufficio solo una volta arrivata.

Sono stata l’imprevisto di mio fratello, che prima di darmi il mazzo di chiavi di scorta e riportarmi a casa in moto, con il vento fresco a ricordarci che non è ancora davvero primavera, mi ha fatto ridere e cenare.

Portone, ascensore, porta.

Casa.

I vicini ascoltano “At least” o qualcosa del genere.

I piedi scalzi, le voci sopra, i pensieri dentro.

Non è ancora primavera.

Ma arriverà, il vento caldo delle serate estive.

L’amore raccontato

Un amico mi racconta della sua storia d’amore, intensa, ma tormentata.

Inizia a raccontarmene una volta, per caso, e mi lascia subito intendere che lei non è una persona completamente”disponibile”. Poi piano piano, impara a fidarsi di me, e non si preoccupa di dirmi quanto sia difficile vedersi, scriversi, dirsi le cose fino in fondo.

Continua, me ne parla spesso e a lungo.

Mi sembra di conoscerli, insieme dico. Anche se in realtà no.

La relazione è così tormentata che gli chiedo spesso del senso che possa avere,  con quella solita franchezza per cui qualcuno non mi lascerebbe mai andare e qualcun altro farebbe volentieri a meno di me.

Nessuna sua risposta mi sembra completa, mai.

Lei c’è e non c’è, sembra distruggere ogni prospettiva futura, sembra richiedere enormi sforzi e partite lunghissime.

E io chiedo spesso a lui se pensa ne valga davvero la pena. Se pensa davvero d’amarla.

Fino al giorno in cui lui cerca di convincermi prima dicendo che mi basterebbe un’ora per conoscerla e capire,  e poi esplodendo inevitabilmente:

“è bellissima, di una sincerità, di un’empatia, di un’intelligenza. Qualche strana sindrome ce l’avrei se non l’amassi”.

Ho smesso di chiedere.

Ho continuato solo ad ascoltare.

Delle volte siamo così presi dal farci domande che dimentichiamo che per ascoltare le risposte, bisogna stare in silenzio.

Cosa sarò da grande

Per diversi anni, durante l’Università, sono stata la più piccola di casa, tra amiche poco o tanto più grandi di me. La cosa era posta abbastanza in evidenza dal terribile appellativo: alessina.

Vivere insieme e condividere degli anni così tanto importanti è una condizione eccezionale, che fa di ogni casa abitata da studenti una sorta di nucleo famigliare. Ci si conosce profondamente e, nella migliore delle ipotesi, ci si accoglie completamente.

Un giorno, una delle mie coinquiline tornò da un viaggio in Canada. Forse era la prima di noi ad andare tanto lontano, per cui, era d’obbligo il racconto dettagliato di come fosse questo ideale mondo oltreoceano.

Si soffermò su un dettaglio: “Ale era pieno di queste donne con zaini e valigette con i computer, evidentemente indaffarate nei loro lavori” – “E io ti ho pensato tanto, perché tu sarai così”.

Io non avevo mai pensato a me in quel modo. Mi impressionava pensare quanto distante possa essere l’idea che noi abbiamo di noi stessi rispetto a quello che riflettiamo negli occhi altrui.*

E quella che abbiamo di noi proiettata nel futuro.

Mi affascina credere che tra 10-15 anni potrei essere diventata una persona che ha tanto di bello da raccontare. Eppure, più ci penso, più credo che l’unica cosa che vorrei per me, tra 15 anni, è di volermi ancora bene nonostante tutto quello che avrò sbagliato, negato, ingannato e fallito.

Ancora al punto da concedermi possibilità e curiosità. Ancora al punto da mettere sempre tutto in discussione. Al punto da potermi reinventare tutte le volte che sarà necessario.

Più ci penso, più l’unica grande speranza è che non avrò smesso di trovarmi nelle persone più diverse da me.

Che avrò saputo perdonarmi.

Che sia una vita sincera, e fatta sopratutto di persone.

 

*Poi sono diventata quella cosa lì, in un certo senso. Ci penso sempre: lei ci aveva visto più giusto e più lungo di me.