Quello che ho pensato guardando TREDICI (finora)

Negli ultimi giorni, ho dormito poco, letto molto, mangiato tanto sushi e guardato TREDICI (thriller psicologico statunitense che parla di suicidio, attraverso la storia di una ragazza di diciassette anni).

Se volete sapere di cosa si tratta, QUI trovate la trama. Io non ho ancora finito di vederlo quindi non entrerei affatto nella questione “plot”.

TREDICI racconta la difficile (e triste) storia di un’adolescente e ci ricorda innanzitutto quanto tutto sembri complicato durante l’adolescenza, perché non sappiamo di cosa siamo capaci, non sappiamo che dopo le cadute ci si rialza, che dopo le litigate si fa pace, che le cose finiscono, magari non nel modo in cui avremmo voluto, ma che tutto continua, comunque.

Racconta di cose vere sempre (ad ogni età): di quanto siamo spesso incollati alla ricerca di uno slancio per stare, andare, fermarci, partire. E di quanto spesso lo cerchiamo fuori, invece che dentro di noi. Di quanto sia importante la gentilezza. Di quanto gli estranei possano diventare amici nel tempo e nella complicità di un sorriso e di quanto ancor più velocemente possono tornare estranei, se le strade non convergono.

Di quanto troppo pensiamo e troppo poco diciamo di quei pensieri. Di quanto spesso esitiamo, presumendo questioni che non conosciamo, per paura d’andare fino in fondo. Di quanto dovremmo vivere sinceramente per ogni giorno, per ogni nuova possibilità.

Di quanto dovremmo ricordarci che siamo noi, i responsabili della nostra stessa felicità, prima ancora che nessun altro.

Di quanto la leggerezza sia saggezza più che superficialità.

Di quanto le persone siano un’occasione di scoperta, ad avere il coraggio di non scansarci. Perché anche le persone, come le storie e le musiche migliori, nella maggior parte dei casi, ci capitano. E a noi sta (solo) il coraggio di raccoglierne le storie, ascoltare, guardare, A noi sta (solo) il coraggio di farci avanti, di non scansarci.

 

 

PS: facciamo che ora guardo una roba super silly. eh?

 

 

Che strazio l’adolescenza

Da ragazzina ho sempre avuto la sensazione di mancare in qualcosa. Quella sensazione assolutamente indefinita ed indefinibile per cui mi sentivo a disagio spesso (e volentieri). Questa sensazione mi ha reso schiva e riservata, per concedermi di lasciare andare solo con pochissime persone o in alcuni contesti. Per affrontare questa scomoda sensazione cercavo quindi di compiacere gli altri e trovare uno spazio di accettazione nelle loro vite, ma che dico di accettazione, di riconoscimento! Riconoscersi attraverso gli occhi degli altri è una facile illusione e nei miei 15/16/17 anni, mi sembrava fondamentale. Contavo solo quando le persone a cui tendevo mi facevano sentire importante. E ogni volta che riuscivo ad essere di conforto o di aiuto a queste persone, solo allora mi sentivo veramente utile.

Eppure, la scomoda sensazione non se ne andava. Detta così penserete: minchia che strazio d’adolescenza.

La mia è stata anche fatta di tanti momenti belli. Giuro. Ma oggi per strane ragioni ripenso a come mi sentivo allora e a quello che ho imparato. Dopo.

Ho imparato che la prima persona che deve volerti bene sei tu, la prima a cui devi piacere sei ancora tu e che le persone si scelgono, dopo esserci capitate. Accuratamente aggiungerei. Si scelgono quelle che ci fanno contare qualcosa, quelle che ricambiano i nostri salti mortali con i loro, quelli che ci forniscono una strada per raggiungerli o un codice per comprenderli, quelli che ci fanno spazio nella loro vita.

Quelle che ci fanno avere voglia di esserci, che ci strappano sorrisi e lacrime e che non mancano di regalarcene. C’è sempre il modo di sentirsi a casa con una persona che si sente a casa con te.

Bisogna solo scegliersi.